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Scienze forensi

Cosa succede nel momento in cui viene ritrovato un teschio umano senza alcun sospetto sulla sua identità?

In questi casi la ricostruzione facciale è estremamente utile non tanto per ricreare il volto della vittima quando per avviare un “meccanismo” che porterà, si auspica, all’identificazione.

 

A prima vista i teschi possono sembrare molto simili l’uno all’altro ma, in realtà, ci sono molte differenze significative e uniche. Le analisi sui resti ossei fanno emergere i primi dati sulla persona, come l’età e il sesso. Il passo successivo riguarda proprio la ricostruzione del volto.

 

Essa avviene applicando su vari punti del cranio, 32 per la precisione, i vari strati di tessuto molle che, una volta sistemati, dovrebbero fornire un’immagine quanto più verosimile del viso.

Il condizionale è d’obbligo. Ogni faccia ha delle caratteristiche uniche, per la forma degli occhi o per il peso corporeo della persona. Gli esperti dei laboratori che si occupano di queste pratiche seguono una tabella che indica la media dello spessore dei tessuti facciali per varie tipologie di persone.

Il risultato, al termine del processo, è un’immagine che viene diffusa alla televisione e agli organi di stampa.

Il fine è quello di risvegliare un ricordo nelle persone che dovessero trovarsi dinanzi al volto ricostruito.

 

Ne abbiamo parlato con Davide Porta, tecnico di laboratorio del LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi Statale di Milano che si occupa di ricostruzione facciale e che ci ha raccontato gli affascinanti dettagli del suo lavoro.

 

 

 

L’argomento della ricostruzione facciale è al centro del libro “Anatomia del crimine. Storie e segreti delle scienze fornesi” della giallista americana Val McDermid, edito da Codice e da Le Scienze, in cui vengono narrati i numerosi aspetti delle scienze forensi.

 

 

 

 

Video tratto da “Com’è fatto? – Ricostruzione facciale forense”

 

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