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Perché i film ci appassionano? È una questione di montaggio, di girato e di… cervello

“Lo schermo empatico” è il titolo di un libro, edito da Raffaele Cortina Editore, che indaga il profondo legame tra il cinema e le neuroscienze. Gli autori, Vittorio Gallese, fisiologo e neuroscienziato dell’Università di Parma e Michele Guerra, docente di storia del cinema americano e teorie del cinema all’Università di Parma, hanno presentato il libro, frutto di un percorso di ricerca durato cinque anni, al Festival della Scienza di Genova.

 

Il volume affronta il cinema con gli strumenti delle neuroscienze, basandosi tuttavia su un uso diverso dei metodi d’indagine neuroscientifica, e cioè mixando sperimentazione classica delle neuroscienze alle teorie empiriche che fin dall’origine il cinema ha sviluppato in merito alle tecniche da utilizzare per suscitare emozioni negli spettatori. Tramite i movimenti di macchina e il montaggio, il regista compie una narrazione che può suscitare reazioni diverse a seconda delle scelte che vengono adottate. Per capire come risponde il cervello umano alle innumerevoli varianti che possono essere utilizzate nel cinema, i ricercatori hanno condotto vari esperimenti servendosi dell’elettroencefalografia ad alta densità.

Brevi sequenze cinematografiche realizzate in sede professionale, venivano sottoposte ai partecipanti allo studio, mentre 128 elettrodi misuravano l’attività dei neuroni. I risultati portano ad affermare che, senza dubbio, vi sono tecniche della narrazione cinematografica che influenzano di più lo spettatore.

 

Uno degli esempi classici che si possono riportare è quello della inquietante sequenza di Shining girata con la Steadicam da Garrett Brown, in cui Danny, il ragazzino protagonista, pedala il suo triciclo lungo i corridoi dell’Overlook Hotel.

Nel caso dell’utilizzo di questa particolare tecnica, i ricercatori hanno individuato uno stretto parallelismo tra immedesimazione con la scena e risonanza motoria, indicata dall’attivazione del meccanismo di attivazione dei neuroni specchio. Un’attivazione significativamente più intensa rispetto a scene analoghe girate però con una camera dolly, ovvero una camera montata su carrello, o utilizzando un semplice zoom.

 

Altro esempio di stretta correlazione tra tecnica cinematografica utilizzata e percezione da parte dello spettatore è rappresentata dal rispetto (o dalla violazione) della teoria dei 180°. Una teoria che ha a che fare con lo standard di montaggio: seguendo regole spaziali precise, il montaggio permette allo spettatore di orientarsi.

 

Esempio di come dividere lo spazio secondo la regola dei 180°. La camera numero "4" compie lo scavalcamento di campo
Esempio di come dividere lo spazio secondo la regola dei 180°. La camera numero “4” compie lo scavalcamento di campo

 

Si tratta di una “regola” che prevede che se tra due persone inquadrate si traccia una linea immaginaria che crea uno spazio di 360°, la macchina da presa deve muoversi entro una metà di questo spazio. Nel momento in cui l’operatore dovesse infrangere questa regola, avverrebbe lo scavalcamento di campo: lo sfondo cambia, i personaggi si scambiano di posizione e lo spettatore viene disorientato. Un esempio di rispetto e violazione di questa teoria, lo potete trovare qua.

Tuttavia ci sono molti film in cui lo scavalcamento di campo avviene per una precisa scelta del regista, finalizzata proprio a ottenere l’effetto di disorientamento.

In questo modo lo spettatore viene messo in una posizione di fruizione differente. Esce dalla sfera della passività ed entra nella dimensione interpretativa, finemente stimolata da un uso diverso dei mezzi cinematografici.

Nel lungometraggio Lo Squalo, di Steven Spielberg, una delle scene che più vengono ricordate è quella in cui l’attacco dello squalo viene raccontato con una ripresa soggettiva. Il fatto è, sorprendente, che lo spettatore si trova nelle vesti dello squalo. Come è possibile questa migrazione emotiva?

 

Abbiamo intervistato Vittorio Gallese e Michele Guerra per farci raccontare più nel dettaglio le conclusioni alle quali sono giunti nel loro libro.
L’intervista:

 

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