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L’evoluzione del tatuaggio tra presente, passato e futuro

Il tatuaggio ha origini antiche, il suo impiego è accertato in un numero indefinito di culture, che gli hanno conferito i significati più diversi.

Abbiamo voluto ripercorrere la storia del tatuaggio, partendo dalla forma più primitiva (di cui ci è giunta testimonianza) oggetto di una recente scoperta fatta da un team italiano dell’Eurac di Bolzano.

Ötzi, la mummia del Similaun, possedeva 61 tatuaggi. È stato possibile individuarli attraverso tecniche multispettrali in grado di vedere dall’infrarosso all’ultravioletto e che ha permesso di analizzare gli stati di pelle in profondità. Questa tecnica ha permesso di identificare 61 tatuaggi situati negli strati più profondi della cute. Questi segni rappresentano linee lunghe dai 7 millimetri ai 4 centimetri disposte parallelamente in gruppi di due, tre o quattro linee. Sono state individuate anche due croci. Sul sito internet dell’Eurac è possibile vedere nel dettaglio i numerosi tatuaggi sul corpo della mummia. Alcuni di essi sono posizionati sulla schiena, un dettaglio che fa pensare al fatto che già allora esistesse la figura del tatuatore.

I ricercatori ritengono che la funzione di questi segni sulla pelle potesse essere terapeutica, per alleviare il dolore alle articolazioni. Infatti, i tatuaggi sono posizionati in corrispondenza delle zone in cui soffriva di artrosi.

Cominciamo il nostro viaggio nel mondo dei tatuaggi proprio dai segni di Ötzi, insieme al coordinatore del team di ricerca, Albert Zink, direttore dell’Istituto per le mummie e l’iceman. Nelle sue risposte emergono i particolari più affascinanti sul significato dei tatuaggi “portati” da Ötzi.

Ascolta l’intervista:

Le origini dei disegni permanenti sul corpo sono estremamente vari e nascono in aree geografiche distanti tra loro, così come sono diversi i significati che venivano (e vengono) attribuiti. In epoca antica così come in quella contemporanea, il tatuaggio era riservato a coloro che non avevano la proprietà del corpo e venivano marchiati di conseguenza. I numeri tatuati sul corpo dei prigionieri rinchiusi nei campi di concentramento e di sterminio costituiscono un drammatico esempio di questo tipo di impiego, così come i marchi che venivano impressi sul corpo degli schiavi. In altre culture, invece, il tatuaggio aveva il fine di intimorire il nemico durante la battaglia, assumendo così la valenza di un deterrente. Lo storico e senatore romano Tacito descrisse i tatuaggi sulla pelle dei Germani in guerra; essi erano spaventosi e simbolici al punto che “per primi sono sconfitti gli occhi”.

Il tatuaggio diventa una raffigurazione esotica ed estetica con il rientro in patria dell’esploratore James Cook, che aveva potuto ammirare i disegni sulla pelle degli indigeni Maori. Cook importò in Europa, e in tutto il mondo, il termine tattoo, adattamento del samoano tatau; una parola entrata da decenni nel linguaggio comune e che ribadisce l’universalità e l’assenza di confini di questa pratica.

Di epoca in epoca, di moda in moda, il tatuaggio oggi è diventato simbolo di identità, di autoaffermazione e di appartenenza. Esempi evidenti sono i tatuaggi usati dagli affiliati alla mafia russa oppure i disegni di uno dei più famosi tatuatori al mondo, Horiyoshi III. Egli stesso porta sul suo corpo un marchio d’appartenenza (o d’infamia) decisamente particolare: ha una falange di un dito della mano amputata. Si tratta di un “marchio” rituale compiuto per espiare gravi colpe, di uso comune negli ambienti della Yakuza, l’organizzazione criminale giapponese.

Con Alessandra Castellani, antropologa e autrice de “La storia sociale dei tatuaggi” (edito da Donzelli), abbiamo ripercorso la storia del tatuaggio e dei suoi numerosi significati.

Ascolta l’intervista:

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