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Di cosa parliamo quando parliamo di cancro

É uscito un saggio, edito da Raffello Cortina: Di cosa parliamo quando parliamo di cancro; gli autori sono Pino Donghi e Gianfranco Peluso, il primo studioso di comunicazione, insegna Etica della ricerca Biomedica all’Università La Sapienza, il secondo è Direttore di Ricerca del CNR presso l’Istituto di Bioscienze e biorisorse . 
I due autori ci propongono di cambiare l’atteggiamento di fondo nei confronti del cancro, suggerendo una possibile “cronicizzazione” della malattia. Trasformare la visione del “killer spietato da combattere” in qualcosa con cui si deve imparare a convivere. Il cancro non va ucciso ma va imprigionato, come altre malattie che non eliminiamo ma sappiamo gestire. Il diabete è un esempio, ma anche l’AIDS, che non è più mortale. È questa, secondo loro, la direzione in cui la ricerca dovrebbe orientarsi, cambiando sensibilmente le strategie attuali.

Nella puntata di Moebius di Sabato 30 maggio 2014 abbiamo intervistato i due autori. Abbiamo anche invitato alla conversazione Alberto Mantovani, Direttore di ricerca all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, immunologo, uno dei scienziati italiani che operano nella frontiera della ricerca mondiale.
Ascolta le due parti della puntata.

Ci piacerebbe raccogliere qui la vostra opinione; cosa ne pensate rispetto all’idea di trattare il tumore come qualcosa con cui possiamo convivere? Cosa ne pensate di questa proposta di “cronicizzare” la malattia?
Vorremmo trattare nuovamente il tema in trasmissione dopo aver raccolto i vostri commenti.

Scrivete i vostri commenti quì sotto o mandandoci una mail a moebius@radio24.it.

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Ultimi commenti

  • Antonio 12 novembre 2014 / ore 18:14

    Alessio sei stato un guerriero, un esempio di vita per come hai affrontato la malattia, non doveva finire così

    RIP

  • Matteo 11 novembre 2014 / ore 15:29

    Ciao Alessio,

    riposa in pace.

  • Alessio Ascione 29 luglio 2014 / ore 12:58

    Ho ascoltato tutta l’intervista e devo ammettere che è stata molto interessante. Pensare al cancro non come un nemico da combattere ma come un processo evolutivo con cui convivere è un’idea interessante ma fino ad un certo punto.
    Certo, non bisogna mai demoralizzarsi, arrendersi e lasciarsi andare in balìa della malattia, ma neanche credo che si possa parlare sempre di una “cronicizzazione” del cancro perchè sarebbe come fare di tutta l’erba un fascio. Nell’intervista, a mio avviso, si prende troppo in esame l’idea della “cronicizzazione” del cancro, dimenticandosi che la malattia si palesa in forme e versioni moldo diverse l’uno dall’altra. Certamente c’è da pensare che il cancro è una malattia che nasce in noi, non proviene dall’esterno nè qualcuno ce lo può mischiare, ma esistono molti tipi di cancro con cui è impossibile conviverci, non esiste solo la leucemia. Prendiamo in esame il cancro di cui io sono affetto, l’osteosarcoma, certamente è un tipo di tumore molto aggressivo, così come tanti altri, con cui ci si può convivere fino ad un certo punto, in questo caso l’obiettivo della cura non è FERMARE la massa tumorale ma ELIMINARLA. Viene da sè che quindi il paragone tra cancro e “killer spietato” non è poi così tanto campata in aria e mi permetto di aggiungere che si, quello che io, e tanti altri malati di tumore facciamo, è combattere una guerra, contro noi stessi certo, ma sempre una guerra è.
    Anche da guariti, ci sarà sempre il pericolo di ricadute, metastasi, ecc. e lì si, bisognerà sforzarsi di convivere con una malattia che abbiamo avuto, non abbiamo, ma potremmo tornare ad avere, però lì dipende da cosa ha scatenato il cancro (inquinamento, ereditarietà, geni difettosi, ecc.)
    Poi potremmo discutere per ore su quale sia il modo migliore per affrontare la malattia, ma mio avviso nel fatto di vedere il cancro come un qualcosa da combattere e sconfiggere non può che dare una carica in più, una motivazione per guarire e non lasciarsi andare.
    Detto ciò è innegabile, come nell’intervista viene sottolineato, che determinati tipi di cancro possono cronicizzarsi, come la leucemia, e in quel caso davvero la malattia non deve più diventare un nemico, ma una parte di noi con cui condividere, una condizione di vita da sopportare. Non una perenne guerra.
    Ma come detto in precedenza questo è valido fino ad un certo punto e solo con alcuni (dei molti) tipi di cancro e mi sarebbe piaciuto che questa cosa venisse specificata maggiormente nell’intervista. Perchè mai come in questo caso non esiste solo il grigio della convivenza con la malattia, ma anche il bianco della guarigione e il nero della sconfitta.
    Queste sono le riflessioni a caldo subito dopo aver ascoltato l’intervista competa (ma senza aver letto il libro). Per ulteriori domande o pareri resto a completa disposizione.
    Approfitto anche per ringraziare la redazione per aver richiesto anche il parere di uno dei tanti diretti interessati e spero che nonostante il tanto tempo trascorso questo possa essere ancora valido.
    Cordiali saluti
    Alessio Ascione

  • filippo tantillo 16 giugno 2014 / ore 18:52

    Salve, grazie dell’invito a partecipare a questa discussione.
    Per pensare al cancro come una malattia cronica e quindi imparare a conviverci, credo sia necessaria una nuova semantica, un nuovo linguaggio. Penso che nella metafora marziale della “guerra al cancro”, quella che orienta le politiche e la comunicazione pubblica, la ricerca l’arma finale mette in ombra tutte le altre strategie, le cure. Sono in molti, anche specchiate ONG che raccolgono fondi per la ricerca, che promettono “una cura per il cancro” in pochi anni. Lo fanno i politici, l’ha fatto appena insediatosi, anche Barack Obama. Ma è molto improbabile che esista una sola cura per il cancro. Ci sono migliaia di tipi riconosciuti, e le loro cause sono una miriade. Penso che come un obiettivo strategico, la ricerca l’arma definitiva distorca la ricerca e gli investimenti, sottraendo risorse a prevenzione e trattamenti. Uno dei motivi per cui le persone temono di ammalarsi di tumore è che molte terapie sono, appunto, armi distruttive, che non attaccano solo le cellule tumorali ma fanno danni a molte altre cellule, e modificano sostanzialmente la vita degli individui. Rendere meno brutali i trattamenti sarebbe un enorme passo in avanti per chi soffre di queste patologie. E che non richiede una strategia militare nella quale sono previste solo due possibilità, vincere o perdere. Dopo tutto, il cancro è sorto da dentro il mio corpo, dalle mie cellule. Per quel che ne so, nel mio e in migliaia di altri casi è qualcosa che assomiglia più ad una patologia cronica, appunto, ad un lento percorso degenerativo, piuttosto che una condanna. Queste cellule sono una parte di me, e istintivamente, sono portato, più che dargli contro, a cercare di farmele amiche. Combatterle sarebbe “condurre una guerra” a me stesso. Invece so per certo che ho bisogno di un maggiore accesso alle informazioni, di una mia più ampia partecipazione al processo decisionale che mi riguarda, e di essere sostenuto e rafforzato nella mia consapevolezza. Il che può avvenire non solo tramite il libero flusso di informazioni tra paziente e medico, ma anche attraverso il riconoscimento che il tumore è un problema sociale e ambientale, e che richiede profondi cambiamenti sociali e ambientali.
    Se la ricerca scientifica fa i suoi passi avanti nel comprendere le cause e la cura dei tumori, il problema di un’immagine della malattia ignorante e moralistica, o anche interessata, riguarda tutti. E l’unica maniera che conosco è quella di riappropriarsene, sani e malati insieme. Perché se l’autonarrazione è stata fondamentale e tutt’ora lo è, per curarsi e per far emergere il punto di vista del malato, non è però di per se sufficiente a spezzare l’identificazione tra malattia e malato e rompere la condizione di isolamento nel quale il malato si trova immediatamente proiettato. Ed è quello che ho provato a fare in rete coinvolgendo in un ragionamento sulla malattia sani e malati, mettendo a disposizione la mia storia e le miei dati clinici ad artisti, disegnatori musicisti, scrittori, perché insieme si possa rifondare un linguaggio.
    Filippo

  • Eleonora Marsala 10 giugno 2014 / ore 01:42

    Salve, sono Eleonora Marsala, malata oncologica e autrice del blog “La ragazza con la chemio nella borsetta”.
    Parto dal presupposto che non ho avuto modo di leggere il libro, ma ho solo ascoltato le due ed ho tanto da dire…
    Intanto il presupposto iniziale di vedere il cancro non più come killer ma in un’ottica evoluzionistica e quindi trattarlo come qualcosa con cui possiamo convivere, qualcosa da cronicizzare è un buon inizio… anche io combatto affinchè le persone capiscano che per fortuna il cancro non è solo morte ma può essere anche vita.
    Il problema è che dall’intervista si evince soltanto che il cancro è sempre cronicizzabile, quando non è così in quanto c’è chi guarisce al 100% ed in altri casi, alcune tipologie di cancro (dipende anche dallo stadio cui si scopre) non sono ne cronicizzabili ne guaribili!!!

    Altra osservazione è il linguaggio utilizzato… se il titolo del libro è “Di cosa parliamo quando parliamo di cancro” si dovrebbe usare (parlo sempre dell’intervista) un linguaggio più comune, più emotivo….
    invece durante l’intervista viene fuori l’ambito medico, chimico, più tecnicistico che umano ed emozionale…. Non dico di escludere l’ambito medico, ma almeno renderlo più fruibile a varie tipologie di utenti. Io sono una psicologa, mia madre è medico e da un po’ frequento gli ospedali, e con tutto che ho una certa dimestichezza con tele linguaggio, non nego che ogni tanto è stato difficile anche per me seguire il discorso.
    il tumore è emozione…
    Emozione di vita, emozione di morte… emozione del singolo individuo che va a scontrarsi con emozioni e paure del contesto familiare ed amicale, e quindi, secondo me, ammenochè non sia un saggio medico/biologico o un saggio tecnico per addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di più del punto di vista emotivo, umano, psicologico…
    Anche perchè solo chi ha dentro di se l’ospite inatteso può realmente sapere “Di cosa parliamo quando parliamo di cancro ” (ripeto non ho ancora letto il libro ma ho solo ascoltato le interviste)
    Spero che le mie opinioni vi siano state utili…
    “La ragazza con la chemio nella borsetta”

  • Maddalena Macario 9 giugno 2014 / ore 14:13

    che dire: come insegnante di scienze apprezzo la visione degli autori, in classe ne parlo normalmente (anche se con una pietra nel cuore pensando a studenti che hanno avuto questo problema). I ragazzi si contorcono sulle sedie, fanno gesti scaramantici, qualcuno si tappa le orecchie, ma vogliono sapere… sempre di più. Ti fanno domande, magari hanno un genitore o un parente che in quel momento sta soffrendo, conoscono a volte dettagli sul caso particolare, e io temo di essere o troppo brutale, oppure troppo ottimistica dando illusioni. Ma di cancro si deve parlare. Come di terremoto… è il nostro compito. Se conosci il nemico sai come combatterlo. Anche con la diplomazia. La diplomazia dell’insegnante, la diplomazia della scienza. Ci provo, almeno.