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Henry Molaison. L’uomo senza memoria

Nella storia della psicologia e delle ricerche sulla mente e i suoi funzionamenti resterà per sempre il suo ricordo, ma lui era un uomo senza memoria.

All’età di 82 anni, nel dicembre 2008, H.M., è morto. Per tutta la vita il suo cognome non venne divulgato, per evidenti ragioni di riservatezza. Non così per il suo nome, Henry. Ora che se n’è andato conosciamo anche il cognome: Molaison.

Henry Molaison

In un giorno del 1935, all’età di 9 anni, Henry Molaison camminava in una strada della sua cittadina, East Hartford, nel Connecticut, Stati Uniti. Un ciclista lo investì procurandogli un intenso shock cerebrale. Le conseguenze furono gravi: dopo un po’ di anni Henry sviluppò una forte epilessia, con attacchi frequenti. Si cercarono varie terapie ma senza alcun risultato. All’età di 27 anni Henry Molaison era un uomo che poteva manifestare 11 attacchi epilettici in una sola giornata.

Lobotomia frontale: era questo l’intervento chirurgico che ancora negli anni ’50 del secolo scorso (ma anche, in alcuni paesi, fino agli anni ’60) si praticava con una certa frequenza. Gli attacchi scomparivano ma il paziente veniva lasciato in una forte apatia emotiva, inabilitante.

William Beecher Scoville, chirurgo di fama, negli Stati Uniti in quegli anni, non era soddisfatto degli esiti che le lobotomie frontali producevano. Era il 1953; i genitori di Moalison decisero di fare operare Henry, entrarono in contatto con Scoville e l’intervento fu deciso. Ma il chirurgo decise di sperimentare, su Henry, una variazione della lobotomia frontale. Rimosse anche l’ippocampo, un’area del cervello che risiede nella zona mediale dei lobi temporali. 

Henry Molaison guarì dai suoi attacchi epilettici, ma da quel giorno era capace di raccontare qualcosa che gli era accaduto negli anni precedenti anche tre volte nell’arco di 10 minuti. 

Ricordava la sua vita fino a 27 anni, perse completamente la memoria a breve, e così visse per 50 anni.

Scoville, il chirurgo, rimase profondamente amareggiato dall’esito del suo intervento e dal quel momento si impegnò a fondo nella campagna per l’abolizione della chirurgia lobotomica.

Per Henry guardarsi allo specchio era una singolare esperienza. Quando gli si chiedeva cosa pensasse vedendo il suo volto lui rispondeva che ogni volta si accorgeva che non era più un ragazzo.

Il dolore per la morte della madre, avvenuta dopo l’operazione, si riproponeva ogni volta che l’evento – nonostante si cercasse di evitare che l’informazione lo raggiungesse – per qualche motivo tornava alla sua attenzione.
 Visse con i famigliari finché fu possibile, poi fu ricoverato in un residence ma passò una esistenza relativamente – relativamente – serena per il semplice fatto che accettò di essere un soggetto studiato da gruppi di psicologi e neuroscienziati. In qualche modo, insomma, visse in mezzo a tanta gente. Partecipò a non meno di un centinaio di esperimenti, in ognuno dei quali chi lo stava studiando doveva ripresentarsi a ogni seduta. La sua memoria non andava oltre i 10 minuti.

“Vedete, in questo momento ogni cosa mi sembra chiara – disse una volta Henry Molaison – ma poco fa, cosa è successo? É questo che costantemente mi preoccupa. É come risvegliarsi continuamente da un sogno”.

Tutte le nostre conoscenze sul funzionamento della memoria sono debitrici verso Henry Molaison.

 

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