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Sognare a occhi chiusi e a occhi aperti

Sognare o fantasticare. Tutti noi fantastichiamo su situazioni, luoghi e persone e chiamiamo questi momenti “sogni ad occhi aperti”. Ma da un punto di vista scientifico è così?

 

Armando D’Agostino, medico, psichiatra e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, e Francesco Benedetti dell’Ospedale San Raffaele, hanno fatto un importante scoperta, identificando alcune aree cerebrali coinvolte nella rievocazione di sogni e fantasie.

Lo studio, condotto al Centro di Risonanza Magnetica ad Alto Campo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele è stato pubblicato sul Journal of Sleep Research.

 

Che differenza c’è tra sognare e fantasticare? Tutto dipende da come il cervello riesce a filtrare il flusso di segnali che riceviamo dall’ambiente che ci circonda, flusso che è eccessivo se la nostra mente deve, appunto, fantasticare, e cioè vuole inventarsi una propria storia. Tuttavia manteniamo sempre un minimo ancoraggio alla realtà, producendo con la mente immagini e storie con una trama tutto sommato verosimile. Durante il sonno, invece, raggiungiamo il massimo distacco dalla realtà sensoriale e sogniamo situazioni spesso irreali, bizzarre.

Un esempio è quello della “transizione”, che avviene comunemente durante il sogno e quasi mai mentre fantastichiamo. Sogniamo di trovarci nella nostra stanza da letto. Camminiamo e, all’improvviso, ci accorgiamo che la camera in cui ci troviamo non è più la solita: è quella di quando eravamo bambini. Ci avviciniamo alla porta. La apriamo. Ci troviamo davanti alla spiaggia in cui andavamo con i nostri genitori molti anni prima.

 

È questo il livello di bizzarria tipico di un sogno, nel quale il distacco dalla realtà è profondo e ci permette di immaginare storie e percorsi discontinui, irreali, favolosi.

 

 

I ricercatori hanno osservato questa differenza grazie a un’analisi condotta tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI) effettuata su un gruppo di volontari ai quali veniva chiesto di confrontarsi con le proprie fantasie e i propri sogni, raccontandoli, sviluppandoli e rievocandoli.
Nel sogno e nella fantasia, a differenza del ricordo cosciente, alcune strutture della parte destra del cervello si attivano (il giro frontale inferiore e i giri temporali medio e superiore) ma durante il sogno spegniamo progressivamente queste aree man mano che aumenta la bizzarria di ciò che sogniamo (attenuazione misurabile grazie alla scala ideata da Allan Hobson, Psichiatra alla Harvard Medical School).

 

Si tratta di un traguardo importante per le neuroscienze, anche da un punto di vista clinico; i risultati ottenuti possono essere sfruttati per indagare e comprendere patologie mentali come la psicosi, una condizione nella quale il ricordo di una esperienza cosciente può essere distorto.

L’intervista ad Armando D’Agostino, nella quale il ricercatore illustra i risultati dello studio:

 

 

Foto: bolandrotor via photopin cc

 

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